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Bibliographic details

In 4° (26,4x20,2 cm); (8), 318, (10) pp. Legatura coeva in piena pergamena rigida con il titolo impresso in oro al dorso. Esemplare che presenta fioriture e bruniture sparse dovute alla qualità della carta utilizzata. Prima edizione, da non confondersi con la contraffazione, di questa importantissima fonte di storia dell’arte. Nello stesso anno uscì una contraffazione che si distingue, oltre che per alcune caratteristiche tipografiche anche per il numero di pagine. Il Gamba (serie dei testi di lingua, n.337) esplica dettagliatamente le caratteristiche della prima edizione: mascherone al frontespizio con orecchie asinine; prima pagina della dedicatoria su 19 linee anziché 21; pagine delle carte dell'indice non numerate; la sesta linea del frontespizio terminante con la parola "apparte-". Quanto ai dati tipografici (falsamente indicati al frontespizio come "in Colonia per Pietro Martello", il Gamba attribuisce la stampa a Napoli e indica come data di stampa, l'anno 1728. Seppur tali dati tipografici sono ancora considerati come validi, recenti studi hanno fatto nascere alcuni dubbi. Alcuni bibliografi, ad esempio, hanno notato che il dedicatario dell'opera, Riccardo Boyle conte di Burlington, qualificato al frontespizio anche con il titolo di Cavaliere della Giarrettiera, ottenne tale onorificenza soltanto nel 1730. Il catalogo della Biblioteca Vaticana indica come supposta data di stampa l'anno 1730. Per quanto concerne iI luogo di stampa, si propende per indicare la città di Firenze (così già il Cicognara) anche se non è da escludere che la stampa sia avvenuta a Napoli. Antonio Cocchi, che sottoscrive la dedica con lo pseudonimo Seb. Artopolita, scrisse anche la prefazione dello stampatore. Il manoscritto originale autografo della Vita apparteneva, alla fine del 600 alla famiglia Cavalcanti di Firenze, e da esso erano state estrapolate alcune copie manoscritte che circolarono nel corso del seicento. Prima edizione di questa celeberrima autobiografia del grande scultore, orafo, argentiere e artista fiorentino, Benvenuto Cellini (Firenze, 3 novembre 1500 – Firenze, 13 febbraio 1571), considerato fra i massimi esponenti del Manierismo. La maggior parte delle informazioni biografiche di Cellini, sono giunte fino a noi, proprio grazie a questa autobiografia. Cellini frequentò nella sua città natale la bottega dell'orafo e armaiolo Michelangelo Bandinelli, per poi passare, due anni dopo, sotto la guida di Antonio di Sandro, detto Marcone, che lo stesso Cellini definisce «bonissimo praticone, e molto uomo dabbene, altiero e libero in ogni cosa sua». Nel 1615, a causa di una rissa (la prima di diverse che lo videro coinvolto nella sua avventurosa vita), venne esiliato insieme al fratello a Siena. Qui l’artista, entrò nella bottefa di oreficeria di Francesco Castoro. Nel 1523 è a Roma, dove entra a servizio, nella bottega di Lucagnolo da Iesi. E’ qui che inizia a produrre gioielli autonomamente (notevoli i due candelieri per il vescovo di Salamanca e il gioiello per la moglie di Sigismondo Chigi), per poi passare nel 1524 presso Giovan Francesco della Tacca. Alla fine dell’anno, Benvenuto apre una bottega propria ed entra a far parte della fanfara di papa Clemente VII. “Tra le opere d'arte espressamente ricordate nella Vita, agli anni romani risalgono delle acquerecce per il cardinale Cibo Malaspina e per altri prelati, un boccale e vaso d'argento per Berengario da Carpi, medaglie d'oro da berretto maschile per il gonfaloniere Cesari, e infine pugnali e anelli d'oro e d'acciaio. [...] Nel 1527, con l'affacciarsi alle porte dell'Urbe dei lanzichenecchi al soldo di Carlo V d'Asburgo, Cellini riparò insieme a papa Clemente VII nel castel Sant'Angelo, partecipando attivamente alla sua difesa nella duplice veste di archibugiere e bombardiere: il sacco di Roma vide infatti Cellini uccidere il comandante degli assedianti, Carlo III di Borbone-Montpensier, e ferire il suo successore principe d'Orange, come egli stesso riporta nella Vita (sono quindi informazioni non accertabili, seppur mai smentite).”. Nella capitale entra in contatto con Giulio Romano ed artisti della cerchia di Raffaello da questo momento in poi è un susseguirsi di successi e grandi opere presso papa Paolo III, poi in Francia alla corte di re Francesco I e poi, di nuovo a Firenze, al servizio dei Medici, dopo che Cosimo I de’ Medici lo elevò a scultore di corte, concedendogli un’abitazione signorile in via del Rosario, dove, fra l’altro, lo scultore impiantò la propria fonderia ed assegnandogli, in più, uno stipendio annuo di duecento scudi. "Dal 1558 al 1567 Cellini fu impegnato nella stesura della sua autobiografia, La Vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze, poi stampata postuma a Napoli nel 1728. Ricorrendo a un linguaggio schietto e spontaneo e attingendo a piene mani dal potere espressivo della lingua fiorentina, Cellini con quest'opera consegnò ai posteri un valente documento biografico dove narra della genesi delle sue opere e dei vari episodi che hanno caratterizzato la sua irregolare esistenza, con passi destinati a divenire celebri (l'esorcismo nel Colosseo, la visita di Francesco I all'atelier a Parigi, la fuga da Castel Sant'Angelo). Altrettanto prezioso è anche il valore storiografico dell'opera, che si propone come un affresco della società del Cinquecento, come osservato dal critico letterario Carlo Cordié: «Così Benvenuto finì per diventare un modello, anzi un eroe e forse anche un mito: era un po', per intendersi, il rappresentante di un'Italia dei pugnali, dei veleni e degli intrighi quale poté vagheggiarla uno spirito lucidissimo eppur romanticamente inquieto come Stendhal. Non senza ragione il suo Fabrizio del Dongo evade - nella Chartreuse de Parme - dalla Torre Farnese come il Cellini aveva fatto da Castel Sant'Angelo!» (Carlo Cordié)". Prima edizione di questa importantissima autobiografia e fonte di storia dell’arte. Rif. Bibl.: Parenti, p. 58; Bartolomeo Gamba, Serie dei testi di lingua italiana..., Venezia, tip. di Alvisopoli; Milano, A. Fortunato Stella e figli, 1828, p. 71; Gamba, 337. Parenti, Diz. Luoghi falsi, pag. 58; Parenti, Prime ediz. italiane, pag. 152; Schlosser Magnino, pag. 362-363; Graesse II 99.

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